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[dalla prefazione]
Questo racconto che pretende un libro tutto per sé quasi fosse L’urlo di Graves o Una storia semplice di Scia-scia, è il tentativo letterario di scrivere qualcosa sul Potere, il cosiddetto (ma dopo il sessantotto non si dice più) Sistema.
Non avevo ancora vent’anni quando studiavo per conto mio Anatomia del potere di Galbraith che determinò in me un imprinting che, come tale, influenza il mio dire, il mio fare, il mio scrivere. Potere della madre, della famiglia, della chiesa, della storia, della classe sociale, dell’insegnante, del partner.
Potere dell’organizzazione, dall’organizzazione, economico, politico, finanziario, ideologico, carismatico. Tutto in me è, ossessivamente, l’effetto di una posizione di potere.
Gli anni in cui sono finito a insegnare diritto pubblico all’Università, sono serviti a dare la forza della teoria a un impulso naturale, a un’intelligenza che non riscontravo negli altri.
Già, gli altri: bene inquadrati, in carriera, la cravatta sempre intonata, il nodo perfetto anche a sera, da una parte ti guardano con sufficienza, dall’altra con sospetto.
E il risultato è scontato, lo sai fin dall’inizio: riescono sempre a farti fuori. Da un invito, un circolo, una cena; dal giro. Per questo, devo tanto a Vai troppo spesso ad Heidelberg di Boll. Mi trovo spesso a chiedermi dove mi avrebbe portato la corrente senza mio nonno Ernesto, Boll, Strindberg. Forse c’era già in me l’idea di questo racconto, quando nella lezione a invito che ho tenuto all’Università di Ferrara nel corso di Laurea di Lettere ad aprile 2008, ho dato agli studenti un titolo e una chiave di lettura. Il titolo: Quattro chiacchiere sul potere; la chiave di lettura: il fiume. Da una parte l’argine dei poteri visibili, istituzionali; dall’altra quello dei poteri invisibili, più o meno illegali, con un interesse di entrambe le sponde a che esista l’altra. Insomma: nel cercare le radici di questo racconto che arriva subito dopo 2012 – La Shoah nel pianto di un bambino dove con Romano Biancoli e Giorgio Cortellessa ho voluto scrivere sul potere estremo, sul male estremo, ripercorro le tappe che mi hanno riportato in riva al Po, a casa mia, alla mia infanzia, adolescenza, giovinezza. Perché io sotto l’argine del Po ci sono nato. Fin da piccolo aspettavo con gli amici le piene quando, con il ritiro delle acque, si andava poi a pescare con le mani, a palpett, i pesci rimasti intrappolati nelle buche.
Sugli argini si andava nelle sere d’estate a bere insieme una birra per sentirsi grandi. Quando si invidiavano quelli più grandi davvero, padroni di un club, una romantica costruzione in riva al fiume, dove portavano le ragazze più belle del paese, della provincia: il famoso GSP, sigla dai mille significati dei quali, a quell’età, noi conoscevamo solo quello ufficiale scritto sulla porta d’entrata, Giovani Senza Pensieri.
Con la ristrutturazione degli argini il GSP è stato abbattuto, distrutto, come il campo dei ragazzi di via Pal.
Ora rimangono solo i ricordi, le leggende, e il rimpianto di non aver avuto, allora, qualche anno in più. Guardando il Po ricordo Piero che, con gli occhi rivolti al fiume, ha voluto finire i suoi giorni quasi volesse il Po unico amico nel terribile momento.
Ancora oggi, dopo tanto tempo, si vede suo padre pedalare stanco sull’argine, fermarsi in quel punto per parlare col fiume.
Ci sono giornalisti, poeti, scrittori che hanno scritto del Po, dell’alluvione, della mia gente e che, per questo, passano come “il poeta del Po”, “lo scrittore del Po”. Ma chi deve fare tredici chilometri per vedere il Po non appartiene al Po e il Po non gli appartiene.
Noi, gente di fiume, dovevamo fare pochi metri per guardare l’acqua; dal Bar Sport dovevamo solo salire le scalinate per starcene sull’argine a discutere animatamente di niente. Quando giocavamo a casa da Marcello, nei giorni di piena i nostri piedi erano al di sotto del livello dell’ac-qua tenuta a bada dai sacchi di sabbia, mentre sulla sponda i turisti guardavano affascinati la nostra normalità.
Ora, a cinquant’anni, il Po mi è diventato lo scenario dell’indescrivibile: un sistema di poteri occulti che ci tiene in vita per quanto possiamo servirgli.
E nel racconto, il sistema è racchiuso tutto nel paese dove sono nato e cresciuto: tutto ruota attorno alla scuola, la chiesa, la banca. Dal paese sono scappato ma, a quanto pare, è una fuga impossibile così come impossibile è fuggire al Sistema.
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Commento ...
E' davvero un piccolo gioiello.
L'arte della souspence è degna di Hitchcok, tanto che lo leggi in un attimo.
Il Potere è rappresentato come una forza misteriosa, quasi un orwelliano Grande Fratello, con in più un ché di irraggiungibile ed ineluttabile.
Ti faccio infine i complimenti per l'abilità, tutta pirandelliana, di trasmettere un'idea attraverso un racconto semplice ma significativo.
Davvero mi è piaciuto molto.
Grazie !
Grazie Enrico delle bellissime parole e dei paragoni di cui vado già fiero.
Con La patente e Una giornata Pirandello ha influito in me in modi strani di cui certo non mi rendo conto. Trovare ora questo accostamento mi fa pensare.
Grazie ancora.
Rinaldo
recensione
Non è necessario cercare un posto tranquillo, trovare un paio d'ore di tempo silenzioso, una poltrona comoda, per leggere questo libro.
Lo si legge come si fosse in attesa dal medico, con quell'agonia che induce a farsi tante ipotesi, tutte drammatiche, che attanaglia lo stomaco, per poi sciogliersi, dolcemente alle parole rassicuranti.
L'ipocondria, ecco. Scorrendo, come scorre il Po, le pagine di questo libro, vorticosamente, la sensazione era quella, identica, che scorre nelle vene degli... continua a leggere la recensione
Vostra recensione
Cara Atlantide
quando leggo recensioni così profonde, professionali, strutturate a quanto ho scritto resto sempre colpito dal modo come professionisti, ma anche lettori comuni, possano andare così a fondo nel testo. Dal fato che quanto ho scritto possa rimuovere e promuovere pensieri e sentimenti così precisi, profondi, eleganti.
Anche qui non so andare oltre un banale grazie.
Rinaldo
recensione
Non è necessario cercare un posto tranquillo, trovare un paio d'ore di tempo silenzioso, una poltrona comoda, per leggere questo libro.
Lo si legge come si fosse in attesa dal medico, con quell'agonia che induce a farsi tante ipotesi, tutte drammatiche, che attanaglia lo stomaco, per poi sciogliersi, dolcemente alle parole rassicuranti.
L'ipocondria, ecco. Scorrendo, come scorre il Po, le pagine di questo libro, vorticosamente, la sensazione era quella, identica, che scorre nelle vene degli... continua a leggere
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