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[dalla presentazione di Romano Biancoli]
[…] Domani ero svela l’umano disorientamento, la frode del presente alienato nel passato.
È un insight. Il passato sostanzializzato, di pietrificata solidità, nel suo allungarsi sui tempi successivi, li rende inessenti e li tira a sé come una calamita. Ma noi siamo qui ora, siamo vivi, respiriamo ora, qui, e questo è certo, eppure non sembra se non nell’attimo già ghermito dal perdurante passato. Domani ero ci aiuta a non arrenderci all’omologazione replicante, a resistere all’attrazione magnetica del già avvenuto. È un testo di disincanto che percorre il soggettivo intarsio interiore dei falsi sociali. La denuncia poetica ha un ruolo dialettico ribaltante: questo presente non è presente, è passato sotto mentite spoglie […]
Erich Fromm (1976, p. 169) scrive che «l’essere non è necessariamente fuori dal tempo, ma il tempo non è la dimensione che governa l’essere». Gli itinerari finissimi suggeriti da Boggiani proprio questo ci conducono a scoprire, che sì siamo nel tempo, ma quanto irretiti nella sua trama e quanto in lucida e consapevole esperienza dipende da dove poniamo l’accento della nostra attenzione e del nostro sentire. […] Lo scrittore disappanna i vetri e ci fa vedere. […]
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Heck of a job there, it abolsultey helps me out.
"Domani ero"
Ho letto con grande piacere "Domani ero" di Rinaldo Boggiani, libro piccolo per il numero delle pagine ma denso di contenuti.
Quando si parla di "tempo" è inevitabile rifarsi a Proust...ed anche in questo caso la misura del tempo, passato, presente, futuro..è fonte di una profonda riflessione che scaturisce da una situazione solo apparentemente patologica ma in realtà vicina al quotidiano di ognuno.
Stranamente il suo riflettere sul futuro mi ha fatto pensare che nella lingua napoletana (consentitemi il termine lingua) il tempo futuro non esiste: sarà senso di incertezza o una visione del tempo che ti porta a concepire il futuro come un presente intimamente legato al passato?
Da segnalare, come sempre, l'uso della lingua, mai scontato ma pregnante e creativo.
In conclusione un libro che non lascia indifferenti.
Un gran bel libro!
domani ero
Domani ero. Già dal titolo, il lettore parte per un viaggio senza garanzie. Sgrammaticatura, consecuzione sbagliata o sbaglio nella consecuzione dei tempi? E ancora, la parola DOMANI in stampatello, il verbo ero in corsivo. Non abbiamo ancora aperto la prima pagina e già avvertiamo uno sbandamento. Tale sensazione è destinata a crescere: il lettore questo testo non lo dimenticherà. Paragonabile ad esperienze letterarie quali “uno, nessuno e centomila” o “la nausea” , siamo di fronte ad una lettura inquietante, che cambia il modo di vedere la realtà, ma non la realtà oggettiva, bensì il proprio vissuto personale.
Il primo capitolo si intitola “futuro” e riguarda prevalentemente il passato (sic..), il modo in cui la nostalgia ci intrappola spesso in un ingannevole desiderio di tornare indietro nel tempo. Come se il meglio del nostro tempo disponibile fosse già trascorso. Come se fossimo alla ricerca del “canale che ti riporta indietro dove tutto era diverso. Immagini più azzurre più grandi più piene. Di futuro”. Ma per quel canale, paradossalmente, “ti ritroverai bambino che sognavi futuro ti vedrai oggi a sognare il passato” . Sin qui, son scherzi della nostalgia. Ma Boggiani va oltre, perché il suo futuro - talora drammaticamente, o persino patologicamente - non viene a galla, è sempre presente ed è il passato che conta. “Siamo solo passato. Un concentrato di passato il futuro un surrogato” .
Ciononostante, la chiave positiva del testo è che il ritorno al passato consente il recupero della dimensione del proprio futuro. Solo ritornando bambini, quindi senza passato, si può avere un futuro. Oppure bisogna essere pazzi. L’autore si sofferma sul tema della prigione psichica, che costringe l’individuo a percorrere e ripercorrere mille volte le stesse esperienze traumatiche, nella forma della nevrosi, della solitudine, dell’incapacità di vivere il presente e di rappresentarsi un futuro. La narrazione ossessiva a se stessi della propria storia. Lo sdoppiamento della personalità, la rimozione del trauma, sono tutti temi che Boggiani non affronta in chiave psicologica, ma utilizzando l’espediente della narrazione sofferta e personale di un qualche protagonista- FORSE detenuto, sicuramente prigioniero -senza nome né viso né identità. Comunque, quel protagonista il lettore lo ama, e ad ogni pagina vorrebbe abbracciarlo e stringersi a lui, dicendogli “non sei solo, non pensarci più”, pur sapendo che la risposta sarebbe “ma questa storia non riguarda me!…”.
Sembra, infine, di cogliere una disillusione amara e rassegnata nei riguardi dell’esperienza dell’analisi, euristicamente inutile. Avranno ragione quegli scettici che affermano che la risposta sia dentro di noi, ma sia sbagliata? “Chi comanda il gioco? Chi analizza chi? “. Basterebbe capire il meccanismo del gioco del tempo per dormire serenamente, per percepire che esiste solo il presente, frutto del nostro passato ed ansioso di divenire il futuro che sognavamo da bambini.
Domani ero mi ha ricordato l’esperienza immaginaria oggetto di una poesia che scrissi da bambina, il sogno un po’ gotico di una cascata di notte. L’ultimo verso faceva: “esisto solo adesso, irreale freschezza di una mano bagnata”.
Un banale Grazie !
Bellissima! Una recensione bellssima.
Mi limito a un banale Grazie Susanna. Quando leggo chi mi legge per me è sempre un’emozione.
Ieri è uscita la recensione da parte della Bottega Scriptamenent
http://www.bottegascriptamanent.it/
Anche a Te Susanna scrivo quanto inviato a Antonietta di Scriptamanent
Leggendo la Tua introspezione al romanzo Susanna penso all’amico Romano Biancoli, fondatore dell’Istituto Erich Fromm di Bologna, che da pochi giorni ci ha lasciati. Sarebbe contento nel leggere questa recensione perché questo libro l’aveva toccato. Una sera a cena mi disse che alcune intuizioni sul tempo presenti nel libro, hanno fondamento scientifico.
A presto Susanna.
Un caro saluto
Rinaldo
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